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Mi rallegro per l’istituzione del Premio Internazionale S. Benedetto da Norcia che, in questa sua prima edizione, è dedicato alla pace, alla fraternità e alla cooperazione tra i popoli. Significativo, poi, il fatto che a riceverlo sia il cardinal Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, una delle figure più autorevoli per il dialogo in Medio Oriente, che sta svolgendo il suo servizio come uomo di pace, di ascolto, di educazione e di aiuto umanitario.

Auspico che questo premio sia l’occasione per riscoprire S. Benedetto quale uomo di pace. Come ho avuto modo di scrivere nella Lettera Pastorale “Ascolta, figlio mio, e apri docilmente il tuo cuore”, pubblicata in occasione della riapertura al culto della Basilica a lui dedicata, il Santo nursino pur non essendo artefice di trattati politici, ha contribuito in modo determinante alla costruzione di un tessuto di relazioni pacifiche in Europa. La Regola ha educato intere generazioni a coltivare la pace come frutto della giustizia e come dono dello Spirito Santo, un bene che non può essere imposto dall’esterno ma che matura dall’interno. La pace che egli promuove non si fonda su accordi formali o su equilibri precari ma sulla conversione interiore, sulla trasformazione dei cuori; una pace che nasca dalla riconciliazione con Dio e si irradi nelle relazioni umane, diventando stile di vita e fondamento di convivenza.

Come in un coro, dove le diverse voci creano una sola melodia, così la comunità monastica offre l’immagine di un’umanità capace di vivere la diversità come ricchezza. Benedetto dice che i monaci devono “gareggiare nello stimarsi a vicenda” e “sopportare con la massima pazienza le debolezze altrui”, vivendo quell’amore fraterno che è la vera opera dello Spirito. L’unità non si costruisce annullando ciò che siamo, ma radicandoci in ciò che ci unisce, per poi accogliere e integrare ciò che è diverso. La vera pace, infatti, non si firma, si vive. Questa prospettiva trova un’eco potente nelle parole di Papa Leone XIV che, fin dal suo primo apparire come Pontefice, gridò alla folla l’invito a una “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”, capace di disinnescare le logiche di potenza e di aprire vie nuove al dialogo tra i popoli. “La pace autentica è quella che prende forma a partire dalla realtà (territori, comunità, istituzioni locali e così via) e in ascolto di essa. Proprio per questo ci rendiamo conto che questa pace è possibile quando le differenze e la conflittualità che comportano non vengono rimosse, ma riconosciute, assunte e attraversate”. Il messaggio è chiaro: la pace vera nasce da cuori pacificati, capaci di accogliere le differenze senza negarle e di trasformare i conflitti in occasioni di incontro. Solo uno spirito pacifico, infatti, può diffondere pace nella famiglia, nella società e nelle relazioni tra i popoli.

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